30 Luglio 2010
Ed Templeton, spericolato campione di skatebord e artista da marciapiede di culto, al Man di Nuoro

Cavalcare la vita su un sandwich d’acero canadese? Uno spettacolo. E poi, meglio ‘carvare’ l’asfalto su una tavola a quattro ruote che farsi prendere a sberle da un padre manesco. Difficile, ma qualcuno ce la fa: “Do it yourself”. Ed Templeton, nato a Huntington Beach, vicino a Los Angeles, nel 1972, ha messo per la prima volta i piedi su uno skateboard a 13 anni, e non è più sceso dalla tavoletta in corsa. Volteggiare tra rampe e cunette inanellando salti mortali lo mette di buonumore: all’inferno papà che se n’è andato con la babysitter di 15 anni, e gran dispiacere per mamma che non c’è mai stata con la testa.
Alla fine: meglio essere un giovane senza tetto, senza futuro, un’anima dannata che brucia la propria vita sulla pista. Per il ragazzo californiano lo sport della tavoletta diventa stile di vita, palestra di creatività, poesia, arte. “E poi a scuola non andavo bene in niente. E negli sport ero un disastro. Mi prendevano in giro e io mi isolavo. Stavo bene solo con un gruppo di ragazzini punk-rock che vivevano in un paradiso artificiale fatto di fumo, alcol e di avventure sulle rampe e le halfpipe degli skatepark”.
Ed Templeton è sbarcato in Sardegna l’altro giorno, con la moglie Deanna, a raccontare in una mostra al Man di Nuoro come, nella vita, si può essere, insieme, campioni di street-skating e artisti fantasiosi. Niente lo documenta meglio di questa personale (curata da Thomas Caron) con centinaia e centinaia di foto, disegni, acrilici, sculture, video, clip e interventi sonori. Ogni opera un pezzetto di puzzle che, nella mostra, l’artista ricostruisce con un disordine che mescola, tutte insieme, vicende personali e storie complicate di teen ager e giovani adulti. Emblematica a proposito l’immagine di gruppo “Cimitero della ragione” che dà il titolo alla mostra del Man (fino al 10 ottobre; museoman.it). Tremendo il dipinto “Papà cerca di affogarmi”, dove Ed ritrae il padre che gli tiene la testa sott’acqua per punirlo di un capriccio. Un’esperienza traumatizzante.
A 18 anni è un professionista e come molti altri skaters dell’epoca divenuti artisti, Neil Bender, Mark Gonzales, Chris Miller, realizza grafica, murales, taggs, foto e graffiti ispirandosi al mondo arrabbiato e senza regole degli skateboarders. A 21 fonda la “Toy Machine”, azienda leader di skate, di cui diventa testimonial, un’esperienza che lo avvicinerà anche al graphic design. E’ un’occasione per girare il mondo, scoprire cose mai viste nella periferia di Huntington Beach. Esplode la passione per la pittura, Schiele, Balthus, Hockney, Katz e la fotografia. Comincia con una fotocamera analogica, la punta sul mondo degli skaters, realizza ritratti, grandi reportage. Sa cogliere il lato umano di quelle giovani esistenze disperate, la droga, il sesso, l’amore, gli incidenti di percorso.
A 23 anni realizza la sua prima personale negli States. Piace, viene paragonato a Andy Warhol e a Jean Michel Basquiat. In realtà assomiglia soltanto a se stesso. Lo capisce il gallerista newyorkese Aaron Rose, il più attento all’emergere delle nuove tendenze urbane. Oggi, in America, Templeton è considerato artista di culto. Coccolato da collezionisti di nicchia e dalle star di Hollywood – pare che Demi Moore faccia pazzie per le sue foto -, esposto negli spazi più up to date della Grande Mela, l’ICP (International Centre of Photography) ospita una sua mostra fino al 12 settembre. In Italia ha già esposto due volte, nel 2000 in una mostra collettiva all’Area Bovisa di Milano, dove con una raccolta di fotografie intitolata “Teenage Smokers” si è aggiudicato un premio di 50.000 dollari. Nel 2003 è presente con sessanta opere nella rassegna curata da Francesco Bonami e Raf Simons alla Stazione Leopolda di Firenze.
Oggi che non è più un ragazzo, ha 38 anni e un accenno di stempiatura, Templeton è sorprendentemente rimasto identico a se stesso. Dell’artista profondamente radicato alla “street life” è rimasto il sorriso canaglia, la spontaneità e l’ingenuità dei primi lavori, come la fanzines illustrate che inviava ai suoi amici in ricordo delle loro gare.